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Ho acquistato Trieste. O del nessun luogo di Jan Morris il 20 giugno 2015 in seguito a profonda frustrazione. Ero nel Caffè San Marco, dove dopo un pranzo lungo la costa ci siamo rifugiati con la famiglia del fratello e la Zia di Padova arrivata fin qui per salutarci. Era la mia  4° visita a Trieste ed ancora una volta sentivo di non averci capito niente. Che la città mi era scivolata addosso senza che fossi riuscita, per l’ennesima volta, a stabilire quella connessione che tanto cercavo.

Per Trieste ho un’autentica fascinazione. Adoro tutte le lingue di terra sospese nel nulla, adoro tutte quelle strane appendici geografiche che sembrano lontane ed irraggiungibili. Datemi una carta geografica è la mia attenzione si porterà inevitabilmente all’estrema periferia. Trieste poi è un errore da molteplici punti di vista. Intanto sei sull’Adriatico italiano eppure ci vedi il sole tramontare, il che per una che viene dal Sud Italia, ed ha radici familiari che affondano prepotentemente  in Puglia è a dir poco disorientante. Poi i cognomi, tutti profondamente non italiani, con quegli strani finali. Poi il fatto che davvero sia una lingua di terra e nulla più, una sorta di guizzo, un’italica fiammata che si diluisce nel misterioso territorio dei Balcani.

Di Trieste è Italo Svevo ed ancora più Triestino è Zeno: nella sua incapacità di volere, in un mondo di “goal oriented people”, di strongwill, di fiera competizione, quanto rinfrancante è l’uomo dell’eterna ultima sigaretta… Poi quel controsenso incredibile di essere gli unici che proprio in Italia hanno voluto entrarci. Cioè non erano né i Piemontesi col sogno dei conquistatori dell’Italia Unita, né erano tra i disillusi che tra un conquistatore e l’altro hanno deciso di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Cioè no, a dover scegliere se sentirsi Austriaci di cui sarebbero stati località strategica in quanto l’unico porto, l’unico mare, loro hanno scelto di essere irredentisti, di volere l’Italia ad ogni costo per ragioni davvero difficili da spiegare (ma se ne saranno poi pentiti?). Tra efficienza e caos, sono stati degni di Zeno, e senza esitazione hanno scelto il caos.

A Trieste, ho passeggiato lungo il suo molo, sono restata a bocca aperta di fronte all’unica piazza italiana (che conosco) che si chiude con l’orizzonte del mare, l’ho vista di giorno e di notte (sebbene non ci abbia mai pernottato), d’estate e d’inverno. Ho visitato il Castello di Miramare, il Museo delle Scienze, ho in agenda da tempo infinito il Tram dell’Opicina e il sentiero di Rilke. Mi sono persa tra i negozietti di antiquariato del centro storico, ho visitato almeno 3 dei suoi caffé storici. Ma non per questo sento di essermi avvicinata al cuore di questa città. Intendiamoci non è che mi respinga, tuttaltro, ma qualcosa continua a sfuggirmi. Lo ripeto è frustrante.

In questa 4° visita sono nel caffè San Marco, cerco di immaginarmi sola ad un tavolo con un buon libro, o forse con il notebook a cercare di ordinare pensieri. Della Trieste che ho in testa solo un signore che legge i giornali, poggiato al tavolo un bel bastone, e mi guarda a sua volta, di sottecchi più volte. Sta cercando anche lui, invano, Trieste. Mi alzo spazientita, tra poco ci tocca ripartire ed io ancora una volta ho qualche foto ma nessuna idea. Ad oggi non esiste un solo post su Trieste nel blog, non per mancanza di tempo ma per mancanza di “sentimento”, perché ancora una volta non sono riuscita a stabilire una connessione con la città. Di là dei tavoli, un angolo del caffè è dedicato alla libreria. Acquisto un Rumiz, invidio la ragazza che sta lavorando qui al notebook da sola (si vede lontano un miglio lei sa che città sia mai questa) e poi devo scegliere tra vari libri su Trieste. Propenderei per un Italiano (o meglio un italotriestino dallo strano cognome) quando il libro di Morris dichiara nel sottotitolo “Trieste o del nessun luogo”. Non lo sfoglio, non lo annuso, non lo rigiro tra le mani neppure per leggere la retrocopertina o la bio dell’autore a me totalmente sconosciuto. L’immagine è emblematica a “blurred reflection” ed il sottotitolo è quel che cerco.

18 mesi dopo sono qui a leggere il mio libro. Sono nel frattempo stata una 5° volta a Trieste (un paio di mesi fa), ancora non ci ho dormito, ancora ci ho trascorso poco più di una mezza giornata. Ma per la prima volta l’ho visitata da sola, guidando l’auto attraverso un’improbabile strada interna. Ci sono arrivata dall’alto e non dalla costa. Mi sono unita ad una visita guidata sulle tracce di Saba, Joyce e Svevo organizzata dall’Ufficio Turistico del Friuli Venezia Giulia ed infine ho passeggiato da sola per un altro buon paio d’ore. Sono andata oltre, ho sentito per la prima volta di essermi avvicinata al cuore della città. Che intendiamoci non è che manchi di qualcosa, o sia impenetrabile perché scostante e severa, o chiusa, semplicemente Trieste è una non città, un non luogo e non puoi avvicinartici come si fa ad altre città. Non ci sono monumenti simbolici su cui mettere la bandierina, neppure il Canal Grande, neppure piazza dell’Unità d’Italia, neppure San giusto, neppure Miramare. Devi semplicemente attendere che ti possa vibrare dentro…

Infine, e lo so ci ho messo troppo, arriviamo al libro. Una rivelazione. Jan Morris è uno storico, ma non scrive da storico. Ha viaggiato in tutto il mondo ma non scrive da “Travel writer”. Certamente non in questo libro, perché a Trieste per lunghi anni ha vissuto. La sua scrittura, intimista, alla ricerca di quel che si cela dietro le cose, mi ha infiammato. Leggerò tutti i suoi altri libri. Quanto a questo su Trieste, ci troverete la storia avvincente di questo porto di frontiera, di questo melting-pot italiano, e soprattutto del suo un luogo al di fuori dei luoghi: un no-where.

“I suoi visitatori spesso la lasciano disorientati e, tornati a casa, la ricordano con quel vago senso di mistero come qualcosa di inafferrabile. Quelli che la conoscono meglio spesso paiono vederla sotto le sembianze di una metafora, non solo come una città, bensì come un’idea di città e anzi essa sembra esercitare un’influenza particolare su quanti tra noi hanno un debole per l’allegoria, cioè su coloro che, come si espresse una volta Robert Musi, suppongono che ogni cosa significhi più di quanto abbia onestamente la pretesa di significare. “

Così mi affido alle parole di Jan Morris, e continuo con lui il mio viaggio immaginario a Trieste. Ne percorriamo brevemente le tappe storiche importanti, tocchiamo i monumenti (ma quelli che sfuggono all’attenzione dei più) e ne parliamo non tanto per il loro valore artistico ed intrinseco, quanto per il legame con le comunità e con il potere che quei monumenti hanno voluto. Pochi “guerrieri” molti artisti, pensatori e cittadini. Pochi miti, molte culture. E così man mano il puzzle della “Triestinità” comincia a prendere forma. Nei caffè, nei bei bei palazzi non mancheremo di incontrare gli uomini che hanno vissuto nella Trieste del ‘900. Saremo a Miramare a carpirne la nostalgica essenza racchiusa dai destini di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio. Ma anche sui binari che portarono gli Ebrei nell’unico campo di concentramento italiano. Visiteremo il Carso perché è inevitabile cercare di comprendere in qualche contesto socio-geografico questa lembo di terra si sia trovato.

Un saggio che è quasi romanzo e che mi ha restituito una nuova visione della Letteratura di Viaggio. Una pietra miliare nel mio percorso di viaggiatrice, lettrice, blogger. Che mi ripropone un vecchio interrogativo (forse necessità) quello di stanziare nei luoghi più che di trascinarsi nell’arco di 15 giorni da un posto ad un altro. Se mi chiedeste adesso quale sia il mio ideale di vita, vi direi che vorrei vivere per 1-2 anni ogni volta in luoghi diversi, avere un posticino di riferimento nel mondo e poi non viaggiare su tutto il pianeta, ma accuratamente scegliere 5-6-10 luoghi in cui trascorrere un pezzetto di vita e farne il ritratto…

“Rieccomi là a settant’anni, sempre in cerca di verità sulla stessa riva. Jorge Luis Borges aveva colto nel segno raccontando di un artista che si ripropone di ritrarre il mondo salvo accorgersi a un certo punto che quel “paziente labirinto di linee tracciava l’immagine del suo volto”: è quello che è accaduto a me, che ho passato la vita a descrivere il pianeta e ora osservo Trieste come potrei guarda in uno specchio:

Era il mondo in cui camminai: quel che vidi,

o sentii o provai proveniva solo da me stesso”


#Dimmicosaleggi – Trieste o del nessun luogo di Jan Morris

Quattro chiacchiere ed una tazza di... te!

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