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Ho vissuto per 6 anni nel grattacielo più brutto di Glasgow. In un quartiere tra i più malfamati della città col tipico odore della rubbish shute che si diffondeva nell’atrio dell’ascensore. In appartamenti da dividere in 3-4 persone, un unico bagno, cucina e soggiorno comuni, e una moquette intrisa negli anni delle più svariate cucine e delle feste scatenate degli studenti.

Appena arrivata ho odiato tutto questo, inclusa la mia stupida decisione di venire qui a Glasgow: perché finisco sempre alla periferia di tutto e mai al centro? Per una volta ho potuto scegliere: sono arrivata tra le prime tre nella prova per studenti Erasmus, l’unica volta in vita mia che mi piazzo tra i primi in qualcosa. Londra era una delle destinazioni possibili, ma io no, io dovevo venire in Scozia, peggio a non ad Edinburgo o St Andrews, ma Glasgow! In questo squallore dovrei trascorrere 10 mesi, ma neppure 2 settimane!!!” mi urlavo dentro. Invece finì col passarci 6 anni. E sono stati tra i 6 anni più belli della mia vita.

Non avevo più bisogno di viaggiare. E chi conosce il mio pessimo rapporto con la valigia, può comprendere quale liberazione fosse per me il non dover preparare ulteriori bagagli. Ad ogni piano del mio orrido e amato grattacielo si aprivano 4 appartamenti, come 4 finestre su altrettanti angoli di mondo, per cambiare continente mi bastava prendere l’ascensore e premere un tasto a casaccio.

Ho vissuto, e quindi condiviso profondamente – come avviene solo quando dividi un bagno ed una cucina con qualcuno – con le 2 Marisa dalla Spagna, con Suzy della Scozia, Hannele della Finlandia, con Magda ed Aga della Polonia, con Birit di nuovo della Finlandia, con Renata della Lituania, con Mary & Jo una coppia gay scozzese, con Amina e Annah della Tanzania (in realtà in questa occasione avrei diviso l’appartamento, sempre lo stesso, con 20 Tanzanesi tutti insieme, ma all’epoca ancora non lo sapevo e poi questa è un’altra storia), con Zara della Malesia, con Sabrina della Francia, con Suzy della Scozia.

Col mio caro Michel che adesso non c’è più (un expat cambogiano con famiglia a Parigi) avremmo condiviso la passione per il cinema nel mitico Glasgow Film Theater, con Uzu (del Giappone) gli allenamenti in piscina, e posso ancora sentire il suo braccio regolare quasi stanco che si infilava nell’acqua con rumore minimo, come per inerzia, poteva nuotare per chilometri instancabile col suo gesto sempre eguale ed imperturbabile. Con Oran della Turchia abbiamo fatto le migliori passeggiate per la città e mercati, e condiviso più cappuccini in 2-3 anni di quanti ne abbia mai bevuti nel resto della mia vita. Manpreet del Kenya ma di origini indiane mi ha scarrozzato per templi e manifestazioni hindu, tutt’oggi è la mia migliore amica. Ho avuto una fiammata per Martin delle Barbados, per George del Kenya ed una vera storia con Ajay dell’India. Non ho dovuto mai ubriacarmi o tirare uno spinello, o impastigliarmi perché ero già al pieno delle emozioni per quel che la vita mi offriva ogni giorno.

Ho imparato ad usare un mouse e wordperfect (antenato di Word di Windows) da Marisa, e ad usare un computer decentemente con lezioni ancora valide 20 anni dopo con Kim della Corea.

Ecco perché oggi sembro ancora un po’ straniera nella mia Basilicata, senza rimpianti che in fondo un Erasmus non può durare per sempre. Ma quel pulveriscolo iridescente di nazioni e di genti diverse, non è che basta una passata di straccio a mandarlo via, temo anzi che ti si compenetri nella pelle più o meno per sempre.

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L’ombellico del mondo, storia di un Erasmus 20 anni dopo…
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9 pensieri su “L’ombellico del mondo, storia di un Erasmus 20 anni dopo…

  • settembre 10, 2015 alle 8:14
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    “Perché finisco sempre alla periferia di tutto e mai al centro?”. Perché noi (mi metto anch’io di mezzo) amiamo inconsciamente questi luoghi solo all’apparenza squallidi ma nei quali, proprio perché squallidi, si creano amicizie e legami che rimangono nella memoria per sempre.
    Sarà la reclusione forzata per malattia, ma questo tuo articolo mi ha risvegliato ricordi che mi hanno fatto venire la lacrimuccia.
    Che ti adoro te l’ho già detto, no?

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    • settembre 18, 2015 alle 9:51
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      Oh Eli, leggendo tutto quello che stai vivendo da quando sei in India e Nepal non credo di avere più quella capacità di adattamento :p. Però la tendenza a defilarmi e cercare posti impossibili e lontani quella si, è ancora tutta lì! E che dirti delle belle parole? Smettila subito se no mi commuovo anch’io!!!

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  • settembre 10, 2015 alle 12:49
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    Che bei sorrisi…è la prima cosa che ho notato. Oltre alla locandina di Film blu ovviamente! Bella gioventù che ti porti dentro e che non muore mai…
    Bellissimo post…
    Un abbraccio
    Giulia

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    • settembre 18, 2015 alle 9:47
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      Quella locandina ha viaggiato con me, insieme al CD della colonna sonora di piano in piano, su e giù per quel grattacielo, ad ogni autunno in cui mi assegnavano un nuovo appartamento. é uno dei tanti film che andai a vedere col mio Michel e che mi è rimasto dentro.
      Erano anni spensierati ed i sorrisi abbondavano. Una parte di me cui non rinuncerei mai 🙂

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  • settembre 10, 2015 alle 13:13
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    Quante belle emozioni e ricordi hai risvegliato in me.. Grazie!

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      • settembre 24, 2015 alle 9:07
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        In realtà no perché il mio percorso all’università è passato in mezzo alla riforma e tra i vari casini ho perso pure la possibilità di fare l’Erasmus. Ma la tua esperienza mi ha ricordato tanto le mie prime esperienze all’estero, dai corsi estivi di lingua al mio anno a Londra.

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  • settembre 11, 2015 alle 10:55
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    “Perché finisco sempre alla periferia di tutto e mai al centro?” ma lo sai che è quello che succede sempre a me? 😀 e mi maledico per le mie scelte e poi mi auto-amo ahhahah
    Che bei ricordi 🙂 mi è piaciuto molto il tuo racconto 🙂

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