Titolo: Terreni

Autrice: Oddný Eir Ævarsdóttir

Traduttrice: Silvia Cosimini

Casa Editrice: Safarà Editore

Anno di pubblicazione: 2016


È il mio primo libro di un autore/autrice Islandese. Ed è un libro diverso. Scritto nella forma di un diario, non ha eguali in tutto quanto ho letto finora. La luce del Nord traspare in ogni sua pagina. È quella luce del Nord splendidamente raccontata da Claudio Magris nel suo “L’infinito viaggiare”, la luce del “pomeriggio avanzato, quando il giorno trapassa in una sera annunciata già da qualche ora ma che sembra non calare mai, indefinitamente rinviata da una chiarità tenace. Una luce tersa, che rende l’aria trasparente e avvolge le cose nel bagliore di una struggente lontananza, nella nostalgia di tutto ciò che manca”. Quella luce – sconosciuta ai tropici dove è netto il passaggio tra giorno e sera – è un tempospazio in cui il confine tra realtà ed immaginario, promessa e disillusione, vita e morte, è un orizzonte sfumato che ha perso definizione. Ecco, la scrittura di Oddný Eir Ævarsdóttir è partorita in questa dimensione così insolita qui un po’ più a sud. A cominciare dalle normali date di  un diario che sono stravolte in lunghi titoli con riferimento ai luoghi ed al calendario del Nord, talvolta di ispirazione pagana, talaltra astronomica, altra ancora cristiana, specie dei primi cristiani, o ancora legata ad usi, tradizioni e feste locali: “Hveragerði, equinozio di primavera, perigeo lunare”, “Hergirlsey, giorno di paga del foraggio”, “Skogar, San Columba di Jona”.

Ma non aspettatevi Elfi e creature strane, il libro si chiama “Terreni” ed in questa scrittura, luminosa, birbante ed aggraziata, esplora il legame che ci lega alle nostre comunità di riferimento, un desiderio profondo di riappropriarsi del futuro di una terra straordinaria. C’è un patriottismo che non è sciovinismo, ma rivendicare un’identità per potersi confrontare con altri popoli ed altre culture portando le proprie tipicità ed anomalie ad arricchire il rapporto con il resto del mondo. È una globalizzazione rivista e corretta che invece di appiattire esalta le differenze per arricchire il Patrimonio Comune dell’Umanità.

Sono felice che Safarà – la casa editrice col gufetto – mi abbia chiesto di ospitare l’ultima tappa di questo intrigante blogtour (in fondo all’articolo trovate i link a tutte le tappe). Ho il piacere di ospitare l’intervista che Silvia Cosimini – la traduttrice dell’edizione italiana del libro – ha fatto ad Oddný Eir Ævarsdóttir. In realtà, se proprio mi chiedeste di raccontarvela tutta, vorrei ospitare anche un’intervista alla Cosimini (e lei si che un po’ Elfo deve essere!). Cosa la ha portata dopo una prima laurea in Lingua e Letteratura Inglese a prenderne un’altra in Lingua e Letteratura Islandese? Perché questa piccola grande isola? E quanto è lei stessa addentro alle nordiche cose per poter tradurre un linguaggio apparentemente semplice ma 1) dagli infiniti rimandi alla cultura e tradizioni Islandesi (ed in questo includo rimandi letterari, ma anche tradizioni contadine, filastrocche, film e ninnananne) 2) dal codice espressivo così ricco ed anomalo e dunque infinitamente fragile se cadesse mai in mani (parole) sbagliate?

[Ho scritto questo post con anticipo rispetto al blogtour, e nel frattempo Martina di Martinaway ha intervistato Silvia Cosimini, ponendole molte di queste domande, le trovate in questo post]

È un mio vizio, anteporre cose alle cose. Per il momento godiamoci questa intervista, mi auguro che possa ispirarvi alla lettura di un libro insolito, di una scrittrice bizzarra di una terra lontana su cui risplende la magica luce del nord.

islanda-by-senza-zuccheroLa luce del Nord – Courtesy of Francesca Senza Zucchero Travel (Viaggio in Islanda)

Intervista a Oddný Eir Ævarsdóttir, di Silvia Cosimini 

Oddný Eir Ævarsdóttir, sei una delle scrittrici islandesi più interessanti del momento. Politica, attivista ambientale, femminista e molto altro. Ci racconti il tuo percorso, e come hai trovato la vocazione alla scrittura?

Grazie per i complimenti, carissima Silvia. Sì, posso dirvi un paio di cosette su come ho cominciato a scrivere, in realtà tutti i miei libri parlano di questo, in qualche modo, e non ho ancora esaurito l’argomento! Dare alle stampe i propri scritti è un passo enorme, un salto nel buio, in effetti. In precedenza avevo pubblicato dei necrologi sui giornali, avevo scritto molte lettere ai miei amici quando abitavo all’estero. E ho sempre tenuto un diario, da quando avevo undici anni, dopo aver letto quello di Anna Frank. In effetti devo dire che Anna Frank è stato il motivo per cui sono diventata scrittrice, perché tutta la mia produzione è la diretta conseguenza dei miei diari. Quando si rileggono i propri diari, soprattutto durante l’adolescenza, si ha l’impressione di aver scritto cose infantili, stupide. Per questo non volevo avere fretta di pubblicare i miei testi, ho preferito prepararmi meglio: ho deciso di prendermi un anno prima di scrivere sul serio e studiare filosofia all’università. Ma alla fine di quell’anno mi sono ritrovata ancora più in alto mare, non mi sentivo affatto pronta, c’erano talmente tante cose da imparare, così i miei anni di studio sono diventati molti di più. A Parigi e a Budapest, anche a Stoccolma. E l’episodio più decisivo ha avuto luogo a Roma. Ho cambiato insegnante a metà del corso di dottorato e il mio nuovo docente abitava a Roma. Abbiamo parlato a lungo e abbiamo trovato vari argomenti su cui collaborare, è stato divertentissimo, abbiamo parlato talmente tanto che si è perfino dimenticato di offrirmi il caffè. Avevamo trovato un àmbito di studi su cui lavorare insieme e a quel punto ho scoperto che era uno storico e un antropologo, non un filosofo. La cosa non aveva nessuna importanza alla fin fine, visto che ci interessavano le stesse cose, ovvero la scrittura personale e il modo in cui diventa pubblica, il passaggio tra privato e pubblico. Non ho mai finito il dottorato, perché a un tratto mi premeva di più cominciare a pubblicare le mie cose…

Qual è il tuo legame con la tradizione letteraria dell’Islanda, pensi che il tuo sia un capitolo nuovo nella letteratura islandese, oppure stai percorrendo i sentieri strade aperti prima di te da altri autori, come Svava Jakobsdóttir o altre donne? Chi sono i tuoi scrittori islandesi preferiti?

Sì, percorro sentieri aperti da altri autori, soprattutto per quel che riguarda i diritti degli autori, perché senza chi è venuto prima di me non scriverei affatto. Mi è capitato di sognare qualche autore islandese del passato. Svava non l’ho mai sognata, ma ricorderò sempre la mia mamma che mi raccontava tutta ispirata uno dei suoi racconti. Mi imbarazza un po’ dirlo, ma una volta ho sognato che stavo su un furgone tra Halldór Laxness e Þórbergur Þórðarson, stavamo trasportando della terra. Sono due vere icone e io aveva appena scoperto che esistevano due fazioni, c’era chi sosteneva Laxness e chi Þórbergur. Pensavo che fosse davvero assurdo dover scegliere tra l’uno e l’altro, e lo penso ancora. Come se non fosse possibile appassionarsi a entrambi! Infatti stavo seduta in mezzo. E un’altra volta ho sognato che succhiavo il latte dai capezzoli di Laxness, eravamo sull’isoletta del lago di Reykjavík, circondati dagli schiamazzi degli uccelli. E poi ci sono le donne, chi dovrei citare? Ho una collezione piuttosto corposa di volumi di poesie di autrici islandesi, qualche anno fa ho conosciuto una signora ottantenne con cui condivido la passione per la letteratura e lei ha estratto dalla sua biblioteca una pepita d’oro dopo l’altra, che ho letto con molto piacere. C’è sempre tanto dolore nelle poesie delle autrici islandesi, un dolore di grande bellezza. Un mio antenato era un poeta famoso ma il suo dolore era diverso, più amareggiato, o forse arrabbiato, però mi piacciono molto anche le sue poesie; spesso venivano cantate e il ritmo delle ballate islandesi ha lasciato un segno sulla mia scrittura: ripetizioni di ritornelli, parole cariche di sentimenti senza nessuna aria musicale, semmai un costante mormorio. E poi ho anche le filastrocche e le strofe di mia nonna, che era dell’est.

Non sono tra chi vede un capitolo nuovo da una generazione all’altra, piuttosto vedo un flusso continuo, vedo quello che accomuna me e i miei predecessori, uomini e donne, in letteratura. Sono molto umile e mi rendo conto del divario! Ma l’idea di una storia della letteratura sezionata in periodi credo che sia molto difficile. Per me è inconcepibile pensare che la letteratura antica e quella più recente non abbiano in comune le stesse cose. Ovvio, ciascuno è figlio dei propri tempi, e non posso definire cosa sia la mia scrittura, mi manca il distacco necessario. Ricordo che all’inizio, quando ho pubblicato il mio primo libro, mi sembrava strano aver scritto in maniera autobiografica, perché in quegli anni in Islanda solo i vecchi contadini e la gente famosa pubblicavano autobiografie. Cosa mi saltava in testa di pubblicare un libro del genere, una donna giovane, che non era niente di speciale? Invece in realtà credo che tutte le vite siano speciali.

Quello che voglio è scrivere libri che non si lascino categorizzare facilmente. E vorrei anche che avessero qualcosa, dentro, che riesce a toccare ogni lettore. Ed è una cosa che non posso fare chiedendo a me stessa: cos’è che tocca un lettore? Semmai posso farlo, o almeno credo, cercando di spiegare quello che ha toccato me nella vita, approssimarmi quanto più possibile a ciò che lascia un segno definitivo sulle persone. Non avrei potuto farlo scrivendo un romanzo fatto di eventi, sistematico; piuttosto ho provato un approccio da dietro, dall’interno, insomma non lo so. Non so facendo niente di nuovo, conosco un’infinità di donne e uomini in letteratura, islandesi e stranieri, che hanno percorso questa stessa strada verso il sé. E non ho letto abbastanza per citare qualche nome.

Come ti è venuta l’idea di scrivere Terreni?

Il libro è il séguito del precedente, non ero riuscita a venire a capo di tutto quello che avevo in mente con il primo libro: il rapporto tra l’amore e la casa, o il luogo di residenza, il rapporto tra la narrativa femminile e la lingua, il rapporto tra la raccolta di documenti e il presente, il rapporto tra l’associazione di idee e le condizioni di salute, il rapporto tra la verità e il teatro… nel libro precedente, che si intitolava Heim til míns hjarta [A casa dal mio cuore], volevo trovare una risposta a tutte le domande fondamentali del mondo, o forse magari riuscire a interpretare quello che mi stava a cuore. Volevo scrivere un referto medico, oppure una lista di parole chiave di tutto quello che mi passava per la testa in un certo periodo. Non l’ho chiamato referto medico, semmai rapporto profumiero, era il sottotitolo. Mentre il sottotitolo di Terreni è disegno di ruderi (e diario). Come gli archeologi, che da uno scavo nel suolo leggono le informazioni più incredibili, geologiche, storiche, personali, io volevo scrivere un libro che fosse uno scavo nella mia anima in un certo periodo di tempo, così il pubblico avrebbe potuto leggere – negli strati del suolo – tutto l’insieme, il personale e il politico. Ho scelto la forma diaristica perché in questo modo si può saltare da un argomento all’altro nel tentativo di descrivere una giornata intera. Ma se uno scrivesse davvero tutto quello che pensa in un solo giorno, tutti lo riterrebbero matto. E la cosa si fa ancora più strana quando il soggetto attraversa un periodo di cambiamenti nella sua esistenza. Eravamo in piena crisi economica e c’era un’angoscia diffusa in Islanda, le gente aveva perso la casa e il patrimonio a causa di una serie di operazioni avventurose per mano do faccendieri e delinquenti che fino a poco tempo prima erano considerati delle divinità. Cercavo di dare il mio contributo per fare respirare un po’ meglio il paese, così mi sono messa a lavorare con Björk per collegare la tutela ambientale alla ricostruzione, abbiamo studiato parecchio le modalità italiane, le piccole imprese, tutti i possibili germogli, il modo in cui l’Italia a suo tempo si era ripresa dalla recessione sostenendo il design e la qualità locale, eccetera. Ma a volte uno si fa prendere troppo la mano nel cercare di salvare il mondo, e mentre ero così impegnata ho scoperto di aver dimenticato di cercarmi una casa mia. E così ho cominciato a scrivere il libro. Poi ho scritto il successivo, Ástarmeistarinn [Il maestro d’amore] per rispondere alle domande che erano rimaste in sospeso in Terreni. Domande sull’amore. A cui poi si è aggiunto l’erotismo. E gli scacchi. E gli orsi bianchi. Adesso sto scrivendo un libro che è la prosecuzione di questi tentativi… Quindi ogni libro forse è il tentativo di rispondere a domande del genere. E a ogni libro si accompagna a un animale diverso, a una pianta diversa. L’edera avvolge Terreni mentre l’iris è il fiore del libro che sto scrivendo adesso.

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Terreni è un diario. È tutto vero, o è tutto inventato? Trovi difficile parlare così apertamente della tua vita privata, aprirti in maniera così totale davanti ai lettori?

Fin dall’inizio mi sono sempre interessate le scritture che sono quasi cifrate. Come quando uno crea una lingua particolare insieme al suo migliore amico d’infanzia, o con l’amato. O come quando uno vive in un regime dittatoriale e deve mandare messaggi ad altri dissidenti. E mi è sempre interessato trasmettere il flusso del pensiero diaristico, il modo in cui un autore si permette di saltare di palo in frasca. Ricordo che quando tenevo il diario da bambina o da adolescente, e anche dopo, la cosa più difficile era riferire i dialoghi importanti. Le conversazioni in cui ti sembra che la vita si dilati e si approfondisca. Questi dialoghi con gli amici, o forse soprattutto con le amiche, spesso sono così rapidi e intensi e frammentari che è impossibile gestirli, e in un diario spesso capita di scrivere: di questa conversazione scriverò dopo. E poi invece non lo si fa mai. Ma in Terreni in realtà ho scritto di conversazioni molto intense che ho avuto con amici e famigliari in un momento preciso della mia vita. Per questo penso che il libro renda un’immagine anche di altri, non solo mia, è un’immagine di me in rapporto dialogico.

Mi interessa anche il rapporto tra realtà e letteratura. Trovo che sia molto importante scrivere la verità. Però ho dovuto sfrondare la realtà perché potesse essere data alle stampe come verità. Si crea sempre un po’ di spazio tra l’esperienza e le parole, e a volte in quello spazio si intrufola la menzogna. A volte solo la letteratura. A volte la letteratura è menzogna, a volte no. In realtà io non la vedo come se mi aprissi in maniera totale davanti ai lettori, perché ho cercato di trovare una voce che fosse veritiera, ma non è effettivamente la mia voce personale; come posso spiegare questa cosa senza fare una gran confusione? Sì, ecco, l’importante è stare attenti a non ferire nessuno tra le persone che ti stanno intorno, per esempio, se si inseriscono voci altrui, fare attenzione che non siano false. Ho approfondito questo aspetto nel mio ultimo libro, che si intitola Blátt blóð [Sangue blu] e parla di una donna che non riesce ad avere un figlio. E lì ho sperimentato che la distanza tra me e la protagonista era quasi nulla, perché ho dovuto fare interviste sui giornali dopo l’uscita del libro e dare il mio contributo per aprire il dialogo sui problemi di fertilità. Molti intorno a me l’hanno trovato spiacevole, e la cosa mi ha addolorato moltissimo. Però non mi sono pentita di aver pubblicato il libro.

Il rispetto e l’amore profondo per la lingua sono molto evidenti nei tuoi libri. Alcuni sostengono che l’islandese sia a rischio di estinzione e il comitato per la tutela della lingua ha il suo bel daffare per tenere tutto sotto controllo. Qual è il futuro della lingua islandese, secondo te?

Non sono molto preoccupata per l’islandese, credo che si parlerà ancora in futuro. Sarà certo una lotta all’ultimo sangue ma spero davvero che ne esca vivo e vegeto, forse un po’ sanguinante, povero islandese. Ogni tanto però ci penso, al fatto che scrivo libri in una lingua che in futuro nessuno capirà.

L’Islanda oggi: vincitrice morale nei campionati di calcio europei, in rapida ascesa verso la ripresa economica dopo la peggiore crisi del secolo, meta hipster preferita dei viaggiatori. Che strada sta prendendo l’Islanda?

È stupendo condividere la natura e la cultura islandesi con i turisti e tutti coloro che desiderano venire in Islanda, ma dobbiamo aver cura del nostro paese, tutelare la natura, che è la base di tutto, senza la natura non siamo niente. E di tanto in tanto ci manda un monito: l’altro giorno sono state registrate delle turbolenze sotto il ghiacciaio e il livello del fiume è salito. Conviviamo con la minaccia costante di sparire sotto la cenere. Questo dovrebbe renderci umili. Durante un’alluvione glaciale è stata rinvenuta un’antichissima spada che era stata sepolta sotto la cenere durante un’eruzione. Mio fratello che è un archeologo l’ha recuperata e si è creato un enorme interesse, era al notiziario ogni sera per parlare di questo ritrovamento. Forse perché una spada del genere è una sorta di simbolo della sfida che costituisce la vita in questo paese. Abbiamo dovuto lottare contro la natura. E adesso dobbiamo lottare contro il nostro complesso dell’isolano. Dovremmo accogliere molte più persone, qui, non solo turisti ma anche profughi. Invece di offrire ai monopoli stranieri di rovinare le nostre risorse naturali per un tozzo di pane. Per qualche anno ho abitato in campagna, vicino a una delle tappe turistiche obbligate, con le cascate e i ghiacciai e i cavalli. I visitatori si fermavano con la macchina in mezzo alla strada per scattare fotografie. Comprensibilmente, perché la natura qui è di una bellezza spettacolare. Ma il traffico sempre più pesante sulla statale è uno dei motivi per cui mi sono trasferita di nuovo in città, avevo paura a dover prendere sempre la macchina. In realtà quindi non ho trovato un mio terreno, un mio humus, per quanto l’abbia cercato. Ma sono diventata proprietaria di una capra quindi tornerò in campagna da lei, prima o poi.

Terreni di Oddný Eir Ævarsdóttir: il Blogtour

Qui tutte le tappe del blogtour:

1° tappa: In Islanda con Safarà editore a cura di Spiccando il volo

2° tappa: Intervista alla traduttrice Silvia Cosimini a cura di Martinaway.com

3° tappa: Recensione del libro a cura di Il giro del mondo attraverso i libri

4° tappa: Intervista all’autrice a cura di Turisti per Sbaglio

 

 Il libro può essere acquistato nella vostra libreria di fiducia, su amazon, o anche sul sito di Safarà Editore.

Photo Credits

Ringrazio Francesca di SenzaZuccheroTravel per avermi concesso la foto in apertura dell’articolo adocchiata nel suo post: Islanda in bilico tra Inferno e Paradiso. Provate a guardare l’Islanda attraverso la sua anima sensibile ed attenta e sarete tentati di partire domani. Eccovi l’indice di tutti gli articoli, foto e video, che ha realizzato durante il suo incredibile viaggio in Islanda. 

#dimmicosaleggi – Terreni di Oddný Eir Ævarsdóttir un’intervista all’autrice

7 pensieri su “#dimmicosaleggi – Terreni di Oddný Eir Ævarsdóttir un’intervista all’autrice

  • dicembre 22, 2016 alle 15:33
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    Bellissima iniziativa.
    Mi hai ammaliato con la descrizione del libro. Credo che lo comprerò nel mio prossimo viaggio italico per ora ho un bel pacco in arrivo stasera. 😉
    Bella l’intervista ma la leggerò a bocconi, ho trovato alcuni spunti di riflessioni che ho annotato nel mio taccuino. 😉
    Buona feste carissimi!!!

    Rispondi
    • dicembre 24, 2016 alle 8:57
      Permalink

      Buongiorno Lilly,
      adoro anch’io prendere appunti di quanto mi ispira e vedere fermenti creativi volare di blog in blog: un’autentica fucina della creatività. Conti di tornare per Natale? Un bacione ed augurissimi a voi 🙂

      Rispondi
  • dicembre 23, 2016 alle 9:23
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    Questo post chiude un cerchio. Non solo perché è l’ultima tappa, ma anche perché mi ha permesso di capire più a fondo tante cose che sul libro erano appena accennate o intuibili.
    Mi ha fatto davvero piacere leggere quest’intervista. 🙂
    A presto 🙂

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    • dicembre 24, 2016 alle 9:12
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      Buongiorno Martina,

      é vero l’esperienza di un blogtour letterario è proprio quella di guardare uno stesso libro che si legge con cura ed attenzione da tanti punti di vista diversi. Questa volta poi le interviste ad autrice e traduttrice hanno aggiunto ulteriori suggestioni.
      Grazie d’essere passata di qui ed auguri di Buon Natale e di un nuovo anno pieno di viaggi <3

      Rispondi
  • gennaio 1, 2017 alle 18:03
    Permalink

    Sul comodino al momento ho due titoli che parlando di Londra, acquistati in aeroporto giusto poco prima di lasciare l’Inghilterra. Ma l’Islanda, proprio come la terra di albione, è sempre nei miei pensieri e il progetto di tornarci qualche giorno corre sempre il rischio di diventare reale: nell’attesa, anche questo libro troverà posto accanto al letto.. mi ha davvero incuriosito!

    Rispondi

Quattro chiacchiere ed una tazza di... te!

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