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Oramai mi conoscete: i nomi dei luoghi esercitano su di me un’attrazione compulsiva da cui è impossibile sottrarmi. Alle volte questa smania è stata fonte di grandi delusioni: non tutti i posti meritano i nomi che gli vengono affibbiati. Altre volte, a dispetto del tacer delle guide, si scoprono posticini fantastici. Intendiamoci San Guglielmo nel Deserto in Linguadoca è decisamente sui circuiti turistici. Ma io ho deciso di andarci a dare un’occhiata innanzitutto perché il nome è evocativo di MedioEvo, di ricerca spirituale, di un posto lontano dal mondo, di eremitaggi e dunque ricerca di sé.

Diamo le spalle a mare e stagni, e penetriamo nell’entroterra della Linguadoca. Dal piattume costiero, si passa al piattume con platani (stile provenzale), poi alle creste ondulate e alla fine fronteggiamo discrete montagne. Ma soprattutto ci troviamo su un ponte di pietra, Il Ponte del Diavolo, mai così terrificante come il Ponte dello Chatelet di Fouillousea guardare il canyon scavato dall’Herault. Questi altri non è che il fiume che dà il nome all’intero dipartimento in cui siamo ospiti che va per l’appunto da Sète fin quassù, abbracciando Montpellier.

I francesi si sono inventati un geniale parcheggio tra gli alberi alla fine del paesello, in modo da rispettare totalmente l’atmosfera d’ancien village che il posto merita. Decidiamo di fare un giro per le mura esterne ed avvicinarci pian piano. San Guglielmo è intrappolato tra cielo e rocce, ed abbracciato da un verde che proprio non ti aspetteresti, l’acqua scende copiosa dalle sorgenti sui monti d’intorno. Il deserto va inteso solo in senso figurato, d’essere lontano dai grandi centri, isolato da altri borghi, d’arido a San Guglielmo c’è proprio poco, pare anzi che il verde vegeti anche sulla nuda roccia.

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All’interno San Guglielmo pare scolpito nella pietra, un labirinto di viuzze e vicoli, sempre rallegrati da piante e fiori. I negozi sono ben lontani dai pacchiani souvenir ed in più sono l’occasione per sbirciare all’interno delle antiche costruzioni.

Dopo il nostro panino al sacco (siamo oltre metà viaggio e la situazione finanze va infine tenuta sotto controllo) ci concediamo una fetta di torta presso il Caffè del Museo dei Santoni (oggi chiuso). Un terrazzino delizioso con un grande albero al centro a farci ombra in una giornata calda assai. Non potrei mai fare la foodblogger perché anche questa volta ho divorato l’ottima cheesecake al limone prima ancora di pensare di poter fare una foto.

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Il proprietario (che è anche colui che scolpisce i santons, un presepista insomma) ha il suo bel da fare a servire tra i tavoli, ma trova lo stesso tempo e modo per prenderci in giro. A fine pasto anche la signora moglie emerge dai fornelli della cucina per prendersi il suo meritato applauso da parte dei commensali. Caffè ottimo, torta di più. Insomma doveste venire a San Guglielmo niente panino al sacco, venite pure qui a mangiare (ehm no, non potete far mettere sul mio conto!)

L’Abbazia di Gellone

Tra i vicoli troviamo un signore che vende l’uva delle sue vigne a soli 2 Euro per un cestino grande e grosso, e spiluccando un acino per volta continuiamo a passeggiare in direzione dell’Abbazia di Gellone. Il passaggio stretto stretto per arrivarci è splendido, e poi si apre la piazza del paese, una delle atmosfere più belle che ricordi. Vivace e quieta allo stesso tempo. Abbracciata da casette medioevali strette strette, ognuna con una facciata diversa dalle vicine. Un platano secolare al centro con tanto di panchine su cui sedere e fermarsi a guardare la torre imponente dell’Abbazia che si perde fra le montagne… Una delizia, credetemi. L’ennesima che San Gugliemo ci ha regalato.

A turno visitiamo l’abbazia. Tanto calda fuori, tanto seria dentro, unico lusso un organo che pare abbiano dovuto incastrare a viva forza nella stretta navata, per il resto parla solo il movimento di archi e luci dalle finestre che cangiano sempre a seconda di come ti muovi. Il chiostro interno pare un angolo di Paradiso in cui mi fermerei volentieri a leggere qualcosa.

L’Abbazia di Gellone, ha una storia degna di essere raccontata: fu un importante centro per il pellegrinaggio del Camino di Santiago, visse i suoi anni di gloria per tutto il medioevo. Ma con l’avvento del protestantesimo le effigi dei santi furono distrutte, danneggiate e nel migliore dei casi rimosse. La confisca dei beni della chiesa comportò una sorta di lottizzazione di tutte le opere e decori, mentre parte del chiosco fu usata come materiale da costruzione per i borghi vicini.   Tanto che girando per le Strade di Montpellier come per quelli di paesi e paeselli della Linguadoca è facile imbattersi in effigi, ed elementi in pietra (raffiguranti santi, discepoli e personaggi biblici) sottratti a Gellone.

Un aristocratico locale poi, invece che cedere la sua collezione che annoverava ben 150 pezzi dell’Abbazia ad un’associazione locale che ne curava il recupero, li vendette al padre di un antiquario di Montpellier, che a sua volta li cedette ad un antiquario di Parigi. Qui il bottino restò dimenticato per un po’ finche non fu scovato da Bernard che volle senza indugi acquistarlo per la sua collezione privata, che sarebbe poi diventata pubblica sotto il nome di The Cloisters di New York. Da Le Havre i pezzi presero la via dell’Oceano ed ancora adesso parte della Chiesa di San Guglielmo invece che nel Deserto si trova nel cuore della Grande Mela…

Camminare fino alla fine del mondo

Il sole sta abbassandosi sull’orizzonte, ma noi abbiamo ancora una piccola missione da compiere: arrivare au bout du monde (alla fine del mondo). In un sentiero tra corsi d’acqua e terrazzi di ulivi, nell’aria profumata di timo e finocchio selvatico, raggiungiamo le Cercle du Bout du Monde, una cerchia di pareti Verticali che ti avviluppa completamente e non ti lascia venire via. Giuro, un pezzetto di me è rimasto per sempre intrappolato tra le rocce di San Guglielmo.

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Questo articolo fa parte del nostro On-the-road di casa in casa in un’Insolita Francia del Sud:

Descrizione dell’itinerario 

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San Guglielmo del Deserto, la Linguadoca alla Fine del Mondo

4 pensieri su “San Guglielmo del Deserto, la Linguadoca alla Fine del Mondo

  • maggio 18, 2016 alle 21:28
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    Questi luoghi affascinano molto anche me. Il platano secolare poi tocca un tasto sensibile: qui in Friuli mi sembra che gli alberi siano visti solo come legna da ardere, presente o futura, tanto che mi sono abituata a non affezionarmici troppo, perché prima o poi li vedo tutti ridotti a ciocchi. In Francia e in Inghilterra ne ho visti tanti, maestosi e intoccati! Peccato che qui non sia così.

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    • maggio 20, 2016 alle 22:56
      Permalink

      Oh che tristezza tagliare gli alberi, davvero ci si sente orfani di quei grandi giganti. Occorrerà chiamare Barbalbero e gli Ent a ripristinare un po’ d’ordine 🙂

      Rispondi

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